la mia Århus. 2019

“Vorrei essere irrequieta come i miei pensieri, imparare dai vecchi errori e assorbire il meglio anche dalle esperienze e dalle persone peggiori. Vorrei viaggiare, scoprire nuovi sapori, nuovi venti e nuovi tramonti. Vorrei dedicare quest’anno a me stessa, alla forza che ho avuto di rialzarmi da sola quando sembrava essere crollato tutto, alla tenacia e alla determinazione che neanche io sapevo di avere.

Vorrei guardare il mondo dietro l’obiettivo della mia macchina fotografica, perdermi tra le nuvole e sentirmi dire che sono distratta come sempre, sognatrice e testarda. Voglio imparare a volermi bene, assaporare la bellezza della libertà, mantenere la mente e il cuore aperti.

In realtà anche qualche CFU in più e qualche kg in meno non mi dispiacerebbero.”

Era il 3 Gennaio, iniziava un anno che avevo atteso con ansia e un pizzico di timore, consapevole che da li a poco avrei chiuso a fatica un paio di valigie e sarei salita su un aereo da sola. Non sapevo cosa avrei trovato dopo quelle 2 ore e mezza di volo, sapevo solo che avevo voglia di aria fresca (credetemi in Danimarca, l’aria è freschissima).
Ho mosso i miei primi passi in questo 2019 con molta cautela ed il costante timore di rompere un equilibrio instabile.

Così sono scesa da quell’aereo ed è iniziato un viaggio non solo fisico ma anche mentale, se ripenso a chi ero prima di partire e chi sono ora, sempre la stessa clo sognatrice e distratta ma con un diversa consapevolezza di me stessa e del mondo.

In questi cinque mesi ho visto posti meravigliosi, ho riso forte fino alle lacrime, ho corso sotto l’aurora boreale, mi sono trovata in mezzo a tempeste di neve, ho cantato con tutta la voce che avevo, ho camminato dietro cascate islandesi e mi sono tuffata nel mar Baltico (si ragazzi è freddo da far paura).
Ho parlato con persone provenienti da ogni angolo del mondo, mi sono lasciata accarezzare dalle sfumature dei loro accenti e dai racconti di terre che forse non visiterò mai nella vita ma che loro hanno portato ad un passo dal mio cuore. Mi sono resa conto che non importa il colore della pelle o del passaporto, che in fondo siamo tutti uguali ma con bagagli culturali diversi e questa diversità non deve spaventarci ma arricchirci.

Quando ho chiuso le valigie, mi sono resa conto che ciò che siamo è dovuto alle persone e alle esperienze che facciamo e devo ringraziare non solo chi mi ha sempre sostenuta e sopportata, ma anche chi mi ha fatto cadere in passato, chi mi ha portato a pensare che valessi davvero poco e ha fatto nascere in me in desiderio di compilare quella domanda Erasmus e di ricominciare a credere nelle cose che mi appassionano.

Ma tutto ciò, non sarebbe stato possibile, o non sarebbe stato lo stesso, senza le persone che mi hanno accompagnata in questo viaggio. Questa rinascita la dedico a voi, in ordine sparso.

A chi ha condiviso con me viaggi, esaurimenti vari, prospettive di morte nella fredda Islanda, saccottini alle tre di notte e Kushtall imbarazzanti. Su di voi ci sarebbe troppo da scrivere. A Elisa, Vittoria e Sveva.

A chi mi ha aperto il cancello di Paludan Müllers vej con il sorriso più radioso del mondo e qualche dolce sempre nel forno a scaldarmi il cuore nel freddo danese. A Giulia.

A chi mi ha fatto cantare forte e senza paura strimpellando le corde della sua chitarra e aveva sempre la parola giusta al momento giusto. A Giovanni, il mio folletto Supergiovane.

Al club delle trecce, dell’ordine e della dieta (detta così non potremmo mai sembrare amiche e invece noi andiamo contro tutto). A Serena, Alba e Costanza.

Alle mie due super coinquiline, all’odore delle torte di mele di Mette, alle uova di Mariana, alle nostre chiacchierate immense sulle nostre differenze culturali e alle risate a squarcia gola noncuranti del “fantasma”.

A tutte le persone che sono state parte di questa esperienza, a Federico, Lenny, Wesley, Landon, Jia, Dario, Matteo, Stefano, Julia, Chamali, Jinali, Nuria, Marta, Lasse ecc. ecc. ecc.

Ad Aarhus, per avermi insegnato l’Hygge, a tutte le volte che in un modo o nell’altro mi hai lasciata senza parole, al 3A di cui ho imparato tutte le fermate a memoria e che rappresenta tutto il danese di cui sono a conoscenza.

Tak Denmark.

 

 

 

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