Il nostro significato di Amicizia.

È da un po’ di tempo che non scrivo nulla, sarà l’apatia della sessione o il succedersi monotono delle giornate nello smog di Roma. Oggi, però, penso valga la pena di buttare giù qualcosa, qualcosa di bello.

Facendo due conti mi sono resa conto che sono circa otto anni che condivido la mia vita con una persona speciale, da quando ero una piccola tredicenne imbronciata fino ad ora che di anni ne ho ventuno e sorrido un po’ di più.
Nella vita si attraversano sempre fasi alterne: Ci sono periodi in cui ci si sente invincibili, amati e soddisfatti e altri in cui sembra crollarti tutto addosso, può essere una delusione d’amore, delle difficoltà familiari o la paura di perdere qualcuno a cui si tiene in modo particolare.
A fare la differenza sono quelle persone che ci sono sempre, che non nutrono invidia nei momenti felici e che sanno interpretare i tuoi silenzi in quelli più difficili.

Ci ripetiamo sempre “con te ho imparato il vero significato dell’amicizia”, un rapporto basato sulla sincerità e sulla ferma convinzione di avere al fianco qualcuno che ti capirà, sempre.

Vorrei soffermarmi in particolar modo sulle parole “avere al fianco”: Non parliamo di una vicinanza fisica o dello scriversi e chiamarsi tutti i giorni, parliamo di quella vicinanza tangibile che percepisci anche a chilometri di distanza quando, per il succedersi degli impegni, non riesci a scrivere un sms al giorno o non trovi quei cinque minuti per restare a telefono. Eppure, sussiste una telepatia: se l’altra ha un problema lo si percepisce. “Vuoi che ti chiami?” e i cinque minuti diventano un’ora anche se si è piene di impegni. Sai che potrai piangere, rimanere in silenzio o sproloquiare a vanvera ma la telefonata terminerà sempre con un sorriso e una promessa di andare a mangiare un panino enorme nel nostro pub preferito perchè a noi basta questo.

Grazie M.

Clò

 

Parigi, settembre 2015

In amore è difficile capire quando il semaforo è verde, spesso si ha la sensazione che il semaforo sia arancione come un insistente senso di precarietà: Potresti passare ma non sai se il semaforo diventerà rosso.
Quando si entra in contatto con qualcuno che fino a poco tempo prima era stato uno dei tanti, un estraneo, qualcuno che inaspettatamente apre tutte le porte, è difficile accettare il rischio. Spesso si ha paura di attraversare, si ha paura di guardare il semaforo e si preferisce rimanere in uno stato piatto di attesa ed equilibrio. Pensare che basterebbe solo uno sguardo al semaforo, solo un guizzo di incoscienza e quella luce verde assorbirebbe tutti i rumori e l’asfissiante frettolosità della vita…Come due innamorati nella naturale e tenera propensione di lui che si alza sulle punte quasi a frantumare uno stereotipo e, d’improvviso, anche l’imponenza dell’Arco di Trionfo perse il suo potere attrattivo, mentre me lo lasciavo alle spalle rimasi colpita dalla bolla di mondo che si erano ritagliati quei due sposini, d’un tratto, inaspettatamente c’era solo una macchia di colore dal sapore asiatico intenta a respingere il caos circostante sotto un semaforo verde

Barcellona, settembre 2016

Ero appena arrivata in città, avevo ancora il sapore dell’Italia attaccato addosso quando mi sono trovata circondata da sgargianti bandiere catalane. C’erano giovani sorridenti, anziani e famiglie a colorare ogni angolo di Barcellona e quasi dimenticavo di essere in Spagna, semplicemente mi sentivo in Catalogna.
Non a caso il sole caldo di settembre mi portò in plaça de catalunya e non posso fare altro che ricordare gli odori pungenti e i luminosi colori di quel luogo che era il punto di ritrovo della manifestazione.
In particolar modo mi soffermai su di un bambino, la bandiera legata come il mantello di un supereroe che si arricciava nell’aria mossa dall’agitarsi dei tanti uccelli e il sorriso a tratti incosciente tipico della sua età lasciavano percepire intensamente il sentimento d’indipendenza che permeava e animava quella città che mi è rimasta nel cuore

Siamo sempre a Parigi, sempre nello stesso settembre un pò umido del 2015.

Quando scattai questa foto mi lasciai stravolgere da tutto quel rincorrersi di luci, macchine e incroci.
Ricordo che era una serata frettolosa, i miei genitori erano accartocciati in qualche mappa della metro per trovare il modo di ritornare ai nostri letti caldi d’albergo e io, come sempre, avevo la testa tra le nuvole. La mia vita in quel settembre umidiccio era piena di cartelli bianchi che mi indicavano destinazioni sconosciute, piena delle luci e del traffico che avevo sempre sognato da bambina quando ero circoscritta nel mio paesino claustrofobico che mi aveva trasmesso la sola voglia di volare via e trovare la mia personale direzione, altrove.

Parigi, settembre 2015

Ho sempre avuto una particolare attrazione per i libri usati lasciati alla rinfusa negli angolini nascosti delle grandi città.
Penso spesso alla quantità di storie, amori e amicizie che sono dietro quelle pagine ingiallite, come tanti messaggi nelle bottiglie affidati all’oceano e ai suoi tumulti.
Ricordo che a Parigi, in quel negozietto comprai un libro scritto in italiano che recava una dedica sulla prima pagina, chissà a quale volto apparteneva quella calligrafia frastagliata, chissà che legame lo legava al destinatario del libro e chissà quante giravolte aveva fatto il destino prima di far finire quel libro nelle mie mani da turista.

La memoria dell’acqua-Emmi Itaranta

Eccomi giunta al termine anche di questo libro, devo ammettere che le aspettative erano davvero alte: Ho particolarmente a cuore le distopie, il tè e l’acqua..insomma questo libro sembrava scritto proprio per allietarmi le aride serate di sessione estiva all’università. I presupposti evidentemente c’erano tutti, però, l’avanzare forzoso e lento della narrativa mi ha lasciata un pò con l’amaro in bocca, io, come Noria, sono rimasta intrappolata in quel piccolo villaggio di provincia. Attendevo assetata dei colpi di scena che, però, intrappolati nella prosa appesantita han finito per affondare nella prevedibilità. Devo ammettere d’altro canto, di essere rimasta a bocca aperta per qualche secondo alla fine del mio viaggio nel futuro, ho apprezzato la cristallina finezza di alcuni particolari e ho apprezzato la delicatezza degli arzigogoli dal tono orientale che mi hanno trasportata lontano, in un mondo fittizio, cullata dall’aroma del tè.

Indice Medio di Felicità-David Machado

Ho appena terminato la lettura di “indice medio di felicità” di David Machado, un libro intenso in cui una pagina tira l’altra. I personaggi sono descritti magistralmente, in modo a mio avviso enfatico poichè è come se ognuno di essi rispecchi una parte di noi stessi: In ognuno c’è il bambino sorridente alla ricerca della felicità armato di innocenza e incoscienza; ognuno di noi possiede quell’indole ribelle e trasgressiva che ci propone di reagire rompendo le regole e violando gli altrui diritti; in ognuno di noi c’è quella tentazione di farla finita, quel buio che ci invade prendendoci alla sprovvista ma che noi riusciamo a combattere con determinazione e forza di volontà. In ognuno di noi, in fine, risiede l’ottimismo che ci spinge a vedere il bicchiere mezzo pieno e ci permette di andare avanti. Il messaggio che ho appreso da questo libro è sicuramente l’importanza dell’aiutare gli altri indipendentemente dal grado di felicità della persona in questione, perchè solo aiutando chi ci circonda saremo in grado di aiutare noi stessi nell’instancabile ricerca della felicità e soprattutto, che la felicità è sempre nelle piccole cose della vita, ci scorre nel corpo, è parte integrante di noi stessi, basta riconoscerla e ritenerla.

Ps.
Questa esperienza nella giuria di Salerno Letteratura si sta rivelando più interessante del previsto, non vedo l’ora di incontrare l’autore il 23 giugno.

Clo

é quasi un mese, senza di te.

come un soffio di vento lieve nelle mattinate primaverili, il pensiero mi torna a lui, a loro.. volti noti che sopravvivono solo nella mia memoria.
Stamattina penso a te, è quasi un mese che sei volato via da noi, è quasi un mese che scendendo a casa non dico più “zia, fra quanto passa zio Emilio?”, che storia tormentata è stata la tua vita, che storia tormentata è stato il tuo modo di approcciarti all’amore. Eppure da te ho imparato che tutti sanno amare, tutti sanno regalare piccoli gesti di dolcezza, anche chi come te si nascondeva dietro una corazza di odio verso il mondo che nei tuoi confronti è stato oltremodo ingiusto. Perchè tu hai odiato tanto eppure quando mi vedevi facevi comparire un sorriso sul tuo volto segnato dal dolore, facevi partire una carezza dalle tue mani “che crfuogl’ r capill” dicevi, riferendoti alla massa informe di capelli che si affollano sulla mia testa e li accarezzavi con dolcezza. “Come va a Roma tesoro? Quando ti serve tu dimmelo che prendo la macchina e ti accompagno”, parole dette da un uomo che lottava da cinque anni contro un tumore, contro il maligno che invade e stupra le mie terre. é passato quasi un mese caro zio e so che tu sei qui al mio fianco, so che tu sei lì a guardarmi con il tuo dolce Federico, riposa con te, conscio dell’immenso amore che provavi nei suoi confronti, salutamelo, qui manca anche lui e il suo sorriso.

io ti voglio bene, lo sai, anche se non sono riuscita a salutarti, ogni volta che ti vedevo sapevo che poteva essere l’ultima e ogni mio sguardo e ogni mio sorriso erano un saluto e una dichiarazione di affetto.

 

Roma(nticismo) antico

si guardarono,
prima in modo lieve
come una scintilla
Poi sempre più forte
come brace.

Risuonò una voce metallica
si aprirono le porte
si spinse la calca.
Come fumo.

Lui rimase lì
tra la polvere e la puzza di metallo.
lei non c’era più
tra la massa aveva perso il suo sguardo.